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Giorgio Scerbanenco – I milanesi ammazzano al sabato

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DAL TESTO

Con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa. Oggi la polizia non può ricercare un singolo delinquente, indagare su un singolo caso, oggi si fanno dei rastrellamenti con le reti a strascico dei vari nuclei di polizia, nucleo anti droga, nucleo antitratta delle bianche, negre, gialle, nucleo antirapina, antifalsari, antigiocodazzardo, si pesca in questo lutulento mare del crimine e della sozzeria e vengono fuori repellenti pesci piccoli e grossi, e si fa così pulizia. Ma non c’era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata mentale, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano, dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha possibilità di ritrovarlo.

DUE PAROLE

La vendetta personale di un padre colpito da un tragedia, il barbaro assassinio della sua unica figlia, una bellissima minorata mentale affetta da elefantismo e ninfomania, che diventa preda ideale di magnaccia disposti a rapirla e seviziarla al fine di costringerla alla prostituzione. Una borghesia assassina (il titolo del libro è riferito al gesto paterno di vendetta) molto lontana dalla più nobile prosa di Cerami de “un borghese piccolo piccolo”, nonostante la portante vendicativa. I protagonisti di Scerbanenco sono dei più classici. Ruoli ben impacchettati e definiti. Buoni coi buoni, cattivi coi cattivi, e stucchevole morale distribuita a catinelle. La prosa, purtroppo, non è nemmeno delle migliori. L’uso eccessivo di ritocchi, la forzatura narrativa di stenti, cade troppo spesso nel cattivo gusto, trasformando l’infallibile protagonista della vicenda, l’investigatore Duca Lamberti, in una stolida macchina da cliché del giallo.

INFO UTILI

180 pagine, 2 ore e mezza di lettura circa

ORIGINI

Giorgio Scerbanenco – I milanesi ammazzano al sabato – Garzanti elefanti (ISBN 9788811687788)

john de andrea – reclining woman 1970

via Paolo Nova.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine

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DAL TESTO

Sono nato in un’epoca in cui la maggior parte dei giovani aveva perduto la fede in Dio, per la stessa ragione per la quale i loro padri l’avevano avuto – senza sapere perché. E allora, poiché lo spirito umano tende naturalmente a criticare perché sente e non perché pensa, la maggior parte di quei giovani ha scelto l’umanità come surrogato di Dio. Appartengo, però, a quella specie di uomini che se ne stanno ai margini di quel mondo di cui fanno parte, e che non rivolgono lo sguardo solo alla massa cui appartengono, ma anche verso i grandi spazi che sono a lato. Per questo non ho mai abbandonato Dio come loro, né ho mai accettato l’umanità. Ho considerato che Dio, pur essendo improbabile, potrebbe anche esistere e che, pertanto, si poteva adorare; ma che l’umanità, essendo una mera idea biologica, e non significando altro che la specie animale umana, non era degna di adorazione più di qualsiasi altra specie animale.
DUE PAROLE
Un piombo a picco nella coscienza di Bernardo Soares, uno degli innumerevoli pseudonimi di Fernando Pessoa. Quattrocentosettantuno capitoletti di introspezione analitica, un viaggio nell’angoscia e nella solitudine mentale di un pensatore privo di sorpresa e di speranza. Una scoperta, un ritrovamento solitario e senza fiato.

INFO UTILI

320 pagine, 9 ore di lettura circa

ORIGINI

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine – Grandi tascabili economici Newton (ISBN 9788854117287)

Van Gogh – Depressione

via Paolo Nova.

Auto da fé + Paul Klee

Gaze of Silence, a 1932 painting by Klee that took abstraction even further.


DAL TESTO

La scienza aveva fitto loro in testa la fede delle cause. Essendo persone di mondo, si attenevano fedelmente alle usanze e alle opinioni maggiormente diffuse nel loro tempo. Amavano il piacere e spiegavano tutto e tutti col desiderio di conseguire il piacere; era la mania del momento, una mania che dominava tutte le teste e dava ben scarsi risultati. Naturalmente essi intendevano per piacere i vizi tradizionali che, da quando esistono le bestie, il singolo ha sempre praticato con infame assiduità.
Quando alla ben più profonda ed essenziale molla della storia – l’impulso che spinge gli uomini a collocarsi in una specie di animale superiore, la massa, e a perdersi così completamente in essa come se un singolo uomo non fosse mai esistito -, loro non ne sapevano proprio niente. Questo perché erano persone colte, e la cultura è un salvagente dell’individuo contro la massa che è in lui.
Noi conduciamo la cosiddetta lotta per l’esistenza non solo per soddisfare la fame e l’amore, ma anche per soffocare in noi la massa. In determinate circostanze essa diventa così forte da costringere l’individuo a compiere azioni disinteressate o addirittura contrarie al suo interesse. L’umanità esisteva, come massa, già molto prima di venire inventata – e annacquata – in sede concettuale. Essa ribolle in noi tutti, animale mostruoso, selvaggio, focoso e turgido di umori, nel fondo del nostro essere, più profonda delle madri. Nonostante la sua età l’animale più giovane, la creatura essenziale della terra, la sua meta e il suo avvenire. Di essa noi non sappiamo nulla, viviamo ancora come presunti individui. A volte la massa ci si riversa addosso, una tempesta muggente, un unico oceano fragoroso, nel quale ogni goccia vive e vuole la stessa cosa di tutte le altre. Per il momento essa tende ancora a dissolversi di nuovo, e allora noi torniamo ad essere noi stessi, dei poveri diavoli solitari. Nel ricordo non riusciamo a concepire l’idea di essere mai stati tanto numerosi, tanto grandi e tanto uniti. “Una malattia” dichiara uno, afflitto da troppa intelligenza. “La bestia nell’uomo” fa eco conciliante l’agnello dell’umiltà, senza sospettare quanto vicina al vero sia la sua errata definizione. Frattanto, dentro di noi, la massa si separa a un nuovo assalto. Un giorno, magari dapprima in un solo paese, non tornerà a dissolversi, e da questo dilagherà poi ovunque, finché nessuno potrà dubitare di essa, non essendoci più nessun io, tu, lui, bensì soltanto lei, la massa.

DUE PAROLE

Quando Canetti consegnò la prima copia di Die Blendung a Thomas Mann, si aspettava che quest’ultimo la leggesse di filato, immergendosi completamente in essa. Pretesa velleitaria, quasi quanto quella dello stesso Mann quando chiedeva ai suoi fidati lettori di concedersi una seconda lettura de “la montagna incantata” per apprenderne meglio la sua completezza. “Auto da fé” è un libro molto impegnativo, monolitico e sabbioso nonostante la vivacità dei temi ed il suo spiccato umorismo. Opera unica, composta a Vienna intorno agli anni 30, si snocciola in tre parti distinte ed assai prolisse. Il protagonista è il sinologo Peter Kien, dotato di memoria prodigiosa. Fiero possessore di una delle più fornite biblioteche della città, coltivata nel suo appartamento privato persino a discapito delle inutili e troppo fuorvianti finestre. Intorno alla sua figura ruotano i pochi personaggi. La governante, poi moglie, Therese; il nano truffatore e sedicente campione di scacchi Fischerle, che tanto richiama il piccolo Oskar de “il tamburo di latta”; il portiere Pfaff e il fratello di Kien, psicologo, figura esterna al libro, che giunge come una specie di deus ex machina a risolvere gli eventi e giustificare, analiticamente, il libro stesso. Proprio dalle pagine finali è stata estratta la parte di lettura qui sopra. Come spiega lo stesso Canetti, Auto da fé è un libro sulla massa. La straordinarietà di questo lavoro è come l’autore riesca a mantenere, grazie ad un uso più che copioso di luoghi comuni e frasi fatte, una spersonalizzazione dei suoi personaggi. Nessuno infatti, all’interno del romanzo, pare realmente umano. Ogni figura è caratterizzata con l’estremismo della caricatura. Psicologo a parte, nessuno, nemmeno Kien, risulta pensare in maniera razionale. I ragionamenti sono dettati dal pensiero comune, ed ogni individuo caratterizza all’estremo le sue irremovibili idee. Gli uomini sono rappresentazioni, immensi contenitori svuotati dall’interno, vasi vuoti che capaci di far rimbombare ottusamente le loro opinioni. Il distacco fra realtà e immaginazione suona come una rottura ogni volta che il senno sembra inevitabilmente necessario. Non esiste verità, poiché non esiste alcuna relatività oggettiva. Nella massa tutto è ragione, così come tutto è bugia.

INFO UTILI

531 pagine : 20 ore di lettura c.ca.
Opere affini : Ulysse – J.Joyce; Il tamburo di latta, G.Grass; La montagna incantata; T.Mann.

ORIGINI

Gaze of silence – Paul Klee – 1932
Auto da fé (Die Blendung) – Elias Canetti – 1935

via PaoloNova.com