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Ennio Flaiano – Diario degli errori

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DAL TESTO

A quelli che invocano e ringraziano la Divina Provvidenza far notare che c’è una Divina Imprevvidenza altrettanto vigile, quella che regola tutti i nostri errori, gli scontri ferroviari, i naufragi, i terremoti, le stragi degli innocenti, la follia infantile, la peste, le grandi e piccole catastrofi. Il Bene e il Male si equilibrano nel tempo, secondo la legge dei grandi numeri; o forse non esistono. Esiste il corso delle cose, che non è giudicabile.

DUE PAROLE

Annotazioni di viaggio e appunti di taccuino snocciolati sapidamente con l’eleganza che contraddistingueva Flaiano. Una personalità brillante che ha bazzicato, osservandola dall’interno, la dolce vita italiana degli anni 60. Uno spaccato preciso di quel paese e del resto del mondo che lo circondava. Un diario micidiale, fotografia poetica di pensieri sparsi.

INFO UTILI

316 pagine, 2 ore e mezza di lettura circa

ORIGINI

Ennio Flaiano – Diario degli errori – Adelphi (ISBN 9788845916861)
Adolpho Fonzari – Praça Ramos de Azevedo

via Paolo Nova.

Giorgio Scerbanenco – I milanesi ammazzano al sabato

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DAL TESTO

Con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa. Oggi la polizia non può ricercare un singolo delinquente, indagare su un singolo caso, oggi si fanno dei rastrellamenti con le reti a strascico dei vari nuclei di polizia, nucleo anti droga, nucleo antitratta delle bianche, negre, gialle, nucleo antirapina, antifalsari, antigiocodazzardo, si pesca in questo lutulento mare del crimine e della sozzeria e vengono fuori repellenti pesci piccoli e grossi, e si fa così pulizia. Ma non c’era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata mentale, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano, dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha possibilità di ritrovarlo.

DUE PAROLE

La vendetta personale di un padre colpito da un tragedia, il barbaro assassinio della sua unica figlia, una bellissima minorata mentale affetta da elefantismo e ninfomania, che diventa preda ideale di magnaccia disposti a rapirla e seviziarla al fine di costringerla alla prostituzione. Una borghesia assassina (il titolo del libro è riferito al gesto paterno di vendetta) molto lontana dalla più nobile prosa di Cerami de “un borghese piccolo piccolo”, nonostante la portante vendicativa. I protagonisti di Scerbanenco sono dei più classici. Ruoli ben impacchettati e definiti. Buoni coi buoni, cattivi coi cattivi, e stucchevole morale distribuita a catinelle. La prosa, purtroppo, non è nemmeno delle migliori. L’uso eccessivo di ritocchi, la forzatura narrativa di stenti, cade troppo spesso nel cattivo gusto, trasformando l’infallibile protagonista della vicenda, l’investigatore Duca Lamberti, in una stolida macchina da cliché del giallo.

INFO UTILI

180 pagine, 2 ore e mezza di lettura circa

ORIGINI

Giorgio Scerbanenco – I milanesi ammazzano al sabato – Garzanti elefanti (ISBN 9788811687788)

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via Paolo Nova.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine

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DAL TESTO

Sono nato in un’epoca in cui la maggior parte dei giovani aveva perduto la fede in Dio, per la stessa ragione per la quale i loro padri l’avevano avuto – senza sapere perché. E allora, poiché lo spirito umano tende naturalmente a criticare perché sente e non perché pensa, la maggior parte di quei giovani ha scelto l’umanità come surrogato di Dio. Appartengo, però, a quella specie di uomini che se ne stanno ai margini di quel mondo di cui fanno parte, e che non rivolgono lo sguardo solo alla massa cui appartengono, ma anche verso i grandi spazi che sono a lato. Per questo non ho mai abbandonato Dio come loro, né ho mai accettato l’umanità. Ho considerato che Dio, pur essendo improbabile, potrebbe anche esistere e che, pertanto, si poteva adorare; ma che l’umanità, essendo una mera idea biologica, e non significando altro che la specie animale umana, non era degna di adorazione più di qualsiasi altra specie animale.
DUE PAROLE
Un piombo a picco nella coscienza di Bernardo Soares, uno degli innumerevoli pseudonimi di Fernando Pessoa. Quattrocentosettantuno capitoletti di introspezione analitica, un viaggio nell’angoscia e nella solitudine mentale di un pensatore privo di sorpresa e di speranza. Una scoperta, un ritrovamento solitario e senza fiato.

INFO UTILI

320 pagine, 9 ore di lettura circa

ORIGINI

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine – Grandi tascabili economici Newton (ISBN 9788854117287)

Van Gogh – Depressione

via Paolo Nova.

Cesare Pavese – La casa in collina


manzaraDAL TESTO 

Entrai qualche volta da solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare; l’odore antico dell’incenso e della pietra mi ricordò che non la vita importa a Dio ma la morte. Per commuovere Dio, per averlo con sé, -ragionavo come fossi credente – bisogna aver già rinunciato, bisogna essere pronti a spargere sangue. Pensavo a quei martiri di cui si studia al catechismo. La loro pace era una pace oltre la tomba, tutti avevano sparso sangue. Com’io non volevo.
In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo esser buono per essere salvo. Lo capii così bene che un giorno mollai. Naturalmente non fu in chiesa, ero in cortile coi ragazzi. I ragazzi vociavano e giocavano al calcio. Nel cielo chiaro – quel mattino aveva smesso di piovere – vidi nuvole rosee, ventose. Il freddo, il baccano, la repentina libertà del cielo, mi gonfiarono il cuore e capii che bastava un soprassalto d’ energia, un bel ricordo, per ritrovare la speranza. Capii che ogni giorno trascorso era uno verso la salvezza. Il bel tempo tornava, come tante stagioni passate, e mi trovava ancora libero, ancora vivo. Anche stavolta la certezza durò poco più di un istante, ma fu come un disgelo, una grazia.

DUE PAROLE

Corrado è un giovane professore che osserva la guerra, la resistenza italiana, alternandosi fra la città, Torino, e il Piemonte collinare, ove vive e si rifugia. Il dualismo fra vita e ruralità è lo stesso che combatte nel cuore del protagonista, e probabilmente anche in quello di ogni uomo posto di fronte alle atrocità della guerra. Il pensatore Pavese si oppone al soldato Pavese, quasi inesistente, mutilato. La teoria contro l’amara realtà. La sofferenza espressa da questa divisione, ma soprattutto da questa incapacità di azione diretta, tipica di ogni intellettuale, viene sottolineata nel crescendo finale del libro, che così incisivamente lo stesso Pavese riporta:
“Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla, salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. Dove questa illusione mi porti, ci penso sovente in questi giorni: a che altro pensare? Qui ogni passo, quasi ogni ora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui – ciò che sono e avevo scordato. Se gli incontri e i casi di quest’anno mi ossessionano, mi avviene a volte di chiedermi: “Che c’è di comune tra me e quest’uomo che è sfuggito alle bombe, sfuggito ai tedeschi, sfuggito ai rimorsi e al dolore?”
Qui Pavese esprime chiaramente l’impossibilità del ritorno: chiunque venga portato verso un limite difficilmente può tornare a vedere le cose ingenuamente. La guerra, in questo senso, viene vista quasi come una sorta di esperienza di vita, più che ad un’atrocità, avvicinando questo testo, mi si passi, ad un romanzo di formazione più che ad una voce storica, o di impegno sociale. Nel ricordo, il senso di incompiutezza, quel rantolo amaro che ci rimembra di essere stati spettatori ma non protagonisti. Della guerra, così come della stessa vita.

INFO UTILI

130 pag, 2 ore e mezza di lettura circa.

ORIGINI

La casa in collina – Cesare Pavese (Edizione Einaudi, ISBN 9788806193706)

Roger De La Fresnaye – Village landscape

via Paolo Nova

Georges Simenon – Il gatto

marc franz gatto su cuscino gialloDAL TESTO

Avevano vissuto ciascuno nel suo angolo, ciascuno irritandosi per i gesti, per le inflessioni dell’altro. E alla fine erano giunti a ricavarne un segreto piacere. I bambini giocano alla guerra. Fra loro due, ora, c’era una guerra vera, ancora più appasionante. Ognuno pensava alla morte dell’altro, ognuno, in modo più o meno dichiarato, se la augurava, sperando di sopravvivergli.
Ora Marguerite si era sbarazzata del suo nemico più scoperto, di quel gatto che, con la sua sola presenza, sfidava la stirpe dei Doisee la loro sensibilità. Perché non avrebbe dovuto, un giorno, sbarazzarsi allo stesso modo del marito?

DUE PAROLE

Emile Bouin, un distinto borghese dalla pacata vita sedentaria, protrae la sua esistenza, ormai giunta intorno alla settantina d’anni, assieme alla moglie Marguerite, che sospetta essere l’omicida del suo adorato gatto. I coniugi vivono in un limbo di silenzi e odio, tanto forti da sviluppare una specie di dipendenza reciproca uno nei confronti dell’altra. Non si rivolgono mai la parola e gli unici messaggi che intercorrono fra loro avvengono attraverso uno scambio di bigliettini carichi di minacce latenti atti a rivolgere sommessamente colpe ed accuse. I fili delle comunicazioni intrecciati da Simenon sono divertentissimi ed assai precisi, pescati –si direbbe- direttamente dall’esperienza reale. Le metafore dell’incomunicabilità, della struggente routine e della totale incomprensione vengono passate goliardicamente al lettore con sarcasmo, un non-sense affettivo molto simile al burrascoso rapporto tra il professor K e la sua casalinga in “Autodafé”. Ne “il Gatto”, l’amore è immediata lentezza, irrisorio rifiuto, sarcastico obnubilamento. Emile è un meschino alla prese con la più robusta delle simbiosi: quel conflitto, così remoto e inscindibile, che intercorre fra il desiderio e l’apatia.

INFO UTILI

160 pagine. 2 ore e mezza di lettura circa.

ORIGINI

Marc Franz – Gatto su cuscino giallo

George Simenon – Le chat – 1966 (edizione Gli Adelphi – sibn: 978884926112)

via Paolo Nova.

William Gaddis – Gotico americano

Grant Wood - American Gothic - 1930 - The Art Institute of ChicagoDAL TESTO

Eppure, vedi come vi ho ceduto. Un uomo, immagino, lotta solo quando spera, quando ha la visione di un ordine, quando sente con la forza che c’è una connessione fra la terra su cui cammina e se stesso. Ma c’era la mia visione di un disordine la cui riforma superava le forze di chiunque. C’era il mio senso dell’iniquità, a partire dal silenzio di quel mattino del ritorno.

“Ti dirò il perché, sì, sai perché la gente dice bugie? Perché quando la gente smette di mentire significa che non le interessi più.”

DUE PAROLE

La scarsezza di materiale online in italiano su questo romanzo sottende la debole accoglienza europea dell’opera e conferma, personalmente, la difficoltà di lettura della stessa. Un testo di per sé molto complicato, tanto fitto quanto distratto, precursore, forse anche viatico, di una lunga serie di opere votate all’utilizzo del flusso narrativo a guisa di ariete, ed alla peculiare ricerca della verità tramite una quotidianità borghese, di quel proletariato statunitense più becero e comune. Non esistono eroi nel post modernismo, sono più spesso gli oggetti a diventare simboli. Nella fattispecie, la casa dove Paul e Liz discorrono delle loro vite e delle loro ambizioni, come un vero e proprio monumento, dona il nome al testo (in inglese Carpenter’s Gothic – ammirabile anche nello sfondo del celeberrimo quadro di Grant Wood) in un’antonomasia rovesciata al dinamico vivere umano, dove un’architettura diventata persona, con la sua inquietante impossibilità nel cambiarsi e la sua testarda volontà di perpetrare le sue rigide forme nella società. La completa trasposizione del piano personale (debbo ammetterlo nonostante la fatica nel leggerla) è di un’originalità spaventosa.
Gaddis tramuta il dialogo in un articolazione di pensiero, in una vera e propria nuova forma di descrizione. Utile, almeno per raccogliere qualche informazione in più (è peculiare l’utilizzo delle note in scrittori come DF Wallace e T. Pynchon) il sito http://www.williamgaddis.org/gothic/gothicnotes1.shtml dove scopro il significato della poesie di Shakespeare inclusa in copertina. Originariamente, infatti, l’opera avrebbe dovuto chiamarsi “Quel periodo dell’anno” (“That Time of Year”), proprio dall’incipit del sonetto, che qui ripropongo.

In me tu vedi quel periodo dell’anno
quando foglie ingiallite, nessuna, o poche, pendono
appese ai rami tremanti contro il freddo,
spogli cori in rovina dove dolci cantavano gli uccelli.
In me vedi il crepuscolo del giorno
che svanisce a occidente dopo sera,
che porta via pian piano notte nera,
simulacro di morte che nel riposo ogni cosa sigilla.
In me vedi quel fuoco che sfavilla
e langue sulle ceneri della sua giovinezza,
letto di morte in cui dovrà spirare
consumato con quel che lo nutriva.
Questo tu percepisci che rafforza il tuo amore,
per meglio amare ciò che presto dovrai abbandonare.

INFO UTILI

280 pagine, 6 ore di lettura circa

via Paolo Nova.

Wiltold Gombrowicz – Trans-Atlantico

barque_mystiqueDAL TESTO

Fu allora che pensai di gettarmi in ginocchio! Eppure, non mi gettai, cominciai invece sottovoce, tra me e me, a Bestemmiare e a Maledire violentemente: “Salpate, navigate, Compatrioti, verso la Nazione vostra! Verso la vostra Nazione Santa ma fors’anche Maledetta! Navigate verso questo Santo Mostro Oscuro che da secoli tenta di crepare ma non ci  riesce! Navigate verso questo San Prodigio, maledetto da tutta la Natura, che sta sempre per nascere, eppure non è mai nato! Navigate, navigate e che quel Prodigio non vi consenta né di Vivere, né di Crepare, che vi tenga sempre tra l’Essere e il Non essere. Navigate verso questa vostra Santa Cialtroneria, così vi renderà più molluschi ancora!” La nave era già virata di bordo e stava allontanandosi, ma io aggiunsi ancora: “Navigate dunque verso quella Santa Aberrazione vostra, la Santa Pazzia fors’anche Maledetta, affinché vi possa ossessionare e martirizzare con i salti e le pazzie sue, affinché vi faccia uscire dai gangheri, affinché con gli Schiamazzi suoi vi schiamazzi e vi strapazzi, affinché con il Martirio suo martirizzi voi, i Figli vostri e le mogli, fino alla Morte, all’Agonia, affinché lei stessa agonizzando nell’Agonia della propria Demenza vi renda Dementi e Indemoniati.” Pronunciato che ebbi questo Anatema, voltai le spalle alla nave e varcai le porte della città.

DUE PAROLE

Subito, immediatamente, dalle prime pagine di Trans-Atlantico si può percepire la ventata d’aria fresca portata dalla scrittura di Gombrowicz. Preso quasi alla sprovvista da un incipit divertentissimo e letteralmente animato, ho pensato, sebbene questo romanzo sia la mia prima opera che leggo dell’autore, di trovarmi di fronte ad un “nuovo” Céline. Le affinità con il francese non sono poche, specialmente per quanto riguarda l’accoglienza dell’opera in patria, la difficoltà di digerirne un pensiero così schietto. Il sarcasmo e l’ironia con cui Gombrowicz fa a pezzi i caratteri borghesi ha davvero pochi rivali. Trasn-Atlantico si basa su un’esperienza di nostalgia nazionalista vissuta in prima persona. Mentre in Céline la descrizione della guerra è in presa diretta, in Gombrozicz è a distanza. Esule in Argentina per moltissimi anni, con un poco di invidia e molto timore, il protagonista-autore descrive l’ambiente che lo circonda consapevole di non essere nel fulcro del mondo. Osserva e pensa all’Europa e alla sua vituperata Polonia con lungo raggio, lo sguardo di un uomo conscio dell’abbandono, forse vigliacco, forse furbo, sicuramente tanto superiore alla meschina ed umana guerra quanto alla borghesia. Lo scontro che lo distrugge interiormente non è quello mondiale, ma l’edipico conflitto fra la madre patria e il filgio. Ed è questa la somiglianza con il Céline, quel divertentissimo senso di vigliaccheria dal sapore di scaltrezza. Lo spunto che Gombrowicz prende per scardinare i suoi simili è brillante quanto la musica suonata dalla sue parole.

INFO UTILI

218 pagine, 3 ore e mezza di lettura circa.

ORIGINI

Odillon Redon – Le barque mistique

Wiltold Gombrowicz – Trans-Atlantico – Universale economica Feltrinelli (ISBN 9788897818349)

Via Paolo Nova.

Henry David Thoreau – Walden

48910lpr_13a24d7458d38fcDAL TESTO

Andai nei boschi perché desideravo vivere deliberatamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potessi imparare a cosa avesse da insegnare, senza scoprire, giunto alla morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere; né desideravo praticare la rassegnazione, a meno che non fosse necessaria. Volevo vivere in profondità e succhiare il midollo della vita, vivere in modo così risoluto e spartano da sbaragliare tutto quanto non fosse vita; da aprirmi con la falce un varco ampio e raso a terra, da spingere nell’angolo la vita e ridurla ai minimi termini; e, se si fosse dimostrata essere meschina, da arrivare, perché no?, alla sua completa e genuina meschinità, rendendola pubblica al mondo; o se fosse stata sublime, da conoscerla per esperienza; e da essere in grado di darne un resoconto sincero nella mia successiva escursione letteraria.

DUE PAROLE

Una delle peculiarità di ogni grande libro è la capacità dello stesso di propagarsi nell’attualità. Si sono già sprecate troppe parole sull’influenza che il Walden ha dato alle generazioni seguenti, la nostra compresa.  Il mini saggio dei Wu-Ming in calce alla versione in mio possesso, è di gran lunga più interessante di quanto possa aggiungere il sottoscritto. Mi preme però sottolineare una cosa. Ovvero come questo libro risulti attuale a tutto tondo, sulla maggior parte dei suoi fronti. Ed è questa la rarità. A differenza di altri grandi romanzi dell’ottocento, che insistono e si affacciano alla contemporaneità sui fronti di argomenti immortali (l’amore, il pregiudizio, la passione e via discorrendo), il Walden sembra appartenere ad una categoria trasversale di pensiero, più laconica, che attraversa orizzontalmente i lettori e il tempo con la sua semplicità. L’unica spiegazione che mi sono dato a questo fenomeno è quella della distanza che il tema trattato dall’autore, ovvero il tentativo di trovarci in pace con madre natura, è posizionato su un’orbita in costante allontanamento dal suo nucleo. Ho come la sensazione che più l’uomo si allontanerà dalle sue origini ingenue ed animali e più il Walden suonerà “attuale”. Mentre in poco più di cent’anni la società si sta spostando verso nuovi orizzonti di industrializzazione, produzione e socializzazione, un tema come il ritrovo della vita rurale dovrebbe suonare obsoleto e stantio, eppure le parole di Thoreau suonano sempre più scottanti, sempre più aggrappate a quella nostalgia planetaria del vivere in perfetta simbiosi con l’ambiente circostante. Perché? Il senso che percorre il libro è identico a quello degli altri grandi romanzi: verticale. Una caduta a piombo dentro se stessi. L’autore sprona, deciso della sua spartana forza di volontà, a riscoprire ognuno di noi stessi prima che la società. Il rispetto di ciò che ci circonda, quindi, non arriva mai dall’esterno, ma sempre dall’interno. Non è un caso che Thoreau lodi la solitudine ed il lago come mezzo di tramite verso il suo io. Diceva Kafka in un suo aforisma: “Due compiti per iniziare la vita: restringere il tuo cerchio sempre di più e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto da qualche parte al di fuori dello stesso”. Dobbiamo imparare a privarci del superfluo per capire ciò che veramente è importante. È una filosofia già cara a molti grandi pensatori, nonché alla parte più genuina della dottrina cristiana che mi ha cresciuto (l’unica, in quel senso, che apprezzo all’interno del pensiero cattolico). È assolutamente incredibile, inoltre, come Thoreau riesca ad enunciare i cardini del suo pensiero pacifico con un eloquenza e precisione quasi violenta. La risolutezza dell’autore non lascia spazio ad altre interpretazioni. La sua visione è cristallina, ferrea e lineare. Personalmente, il Walden mi ha regalato dei picchi elevatissimi di orgoglio. Si legga brevemente, ad esempio, questo trafiletto compreso nel capitolo finale: “Ho imparato questo, almeno, dal mio esperimento; che se uno avanza fiducioso nella direzione dei suoi sogni, e si sforza di vivere la vita che ha immaginato, incontrerà un successo inatteso nei momenti più comuni. Si porrà qualcosa alle spalle, supererà un confine invisibile; leggi nuove, universali e più liberali cominceranno ad affermarsi intorno e dentro di lui; oppure le vecchie leggi si espanderanno, e saranno interpretate a suo favore in un senso più liberale, e vivrà con la licenza di un superiore ordine di esseri. Nella misura in cui semplificherà la sua vita, le leggi dell’universo appariranno meno complesse, e la solitudine non sarà solitudine, né la povertà povertà o la debolezza debolezza. Se avete costruito castelli in aria, il vostro lavoro non deve andare perduto; è lì che devono stare. Ora metteteci sotto le fondamenta”. Potrebbe essere degno di una carta costituente. Se non quella di uno stato, sicuramente quella di me stesso.

INFO UTILI

330 pagine, 9 ore di lettura circa.

ORIGINI 

Henry David Thoreau – Walden, ovvero la vita nei boschi

Hill, John William – Pool with men fishing 1970

via Paolo Nova.

Henry James – Giro di vite

John ATkinson Grimshaw, The Lady of Shalott

DAL TESTO

Fu il silenzio mortale che accompagnò i nostri sguardi, stando così vicini, a conferire a quella situazione tremenda l’unica nota soprannaturale. Se a quell’ora e in quel luogo avessi incontrato un assassino, perlomeno ci saremmo scambiati qualche parola: fra noi ci sarebbe stato qualcosa di vivo e vitale e, in mancanza d’altro, uno dei due si sarebbe perlomeno mosso.
Quel momento si protrasse così a lungo che a un certo punto cominciai a dubitare di essere viva io. Non riesco a spiegare quello che accadde in seguito, salvo col dire che fu proprio il silenzio –per un certo verso l’unica prova della mia forza – l’elemento in cui scomparve quella figura.

DUE PAROLE

Fratello, quasi coetaneo del Dracula di Bram Stoker, “Giro di vite” sembra il più classico racconto d’orrore gotico del fine 800. Ma c’è di più. La vastissima portanza psicologica dell’opera sottintende  un piano di riflessione assai più profondo capace di interrogarci sulla nostra identità collettiva. La paura rimane il motore dell’opera, magistralmente tessuta da James sotto forma di racconto al focolare. Una giovane donna, chiamata a badare ad una coppia di bambini presso una tenuta chiamata “Bly”, viene perseguitata da visioni spettrali, fantasmi di vite vissute e poi morte nella stessa residenza. Flora e Miles, i due bambini, sembrano conoscerne i segreti, sebbene non arrivino mai a palesare il loro pensiero. In questo stato angoscioso l’istruttrice cerca di razionalizzare le sue visioni, in una specie di lotta contro la pazzia. Il confine dell’esistenza è impalpabile, il mondo dei vivi e quello dei morti sembrano appartenere allo stesso luogo, allo stesso piano di realtà, mescolati come luce ed ombra nello stesso giorno. Non è un caso che il testo abbia avuto numerosissime rielaborazioni e adattamenti cinematografici. La paura descritta da James è un veicolo perfetto e immortale di scoperta. L’abisso nero in cui sprofonda l’angoscia di Miss Giddens non è mai fine a se stesso. Potrebbe essere riutilizzabile in qualsiasi contesto porti una discriminazione, dove chiamiamo i “diversi” come “gli altri”, senza accorgerci di potere essere, in realtà, la medesima cosa.

INFO UTILI

150 pag, 3 ore e mezza di lettura circa.

ORIGINI

John Atkinson Grimshaw –  The Lady of Shalott

Giro di Vite – Henry James – 1898 (isbn 9788854120440) Newton Compton editori

via Paolo Nova

Paul Auster – La stanza chiusa

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DAL TESTO

Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai personaggi fingendoci capaci di comprenderli perché comprendiamo noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un barlume della nostra identità, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle nostre vite diventiamo sempre più opachi al nostro sguardo, più consci della nostra disorganicità. Nessuno può confidare in un altro – per il semplice motivo che nessuno può accedere a se stesso.

DUE PAROLE

L’ultimo libro della trilogia conclude i vari processi di sostituzione dell’io. Il protagonista del romanzo si trova di fronte alla scomparsa del suo amico Fanshawe, del quale prenderà l’intera esistenza. Nel tentativo di redarne la biografia (si scoprirà che Fanshawe era un eccellente pensatore e la sua opera letteraria verrà riconosciuto da pubblico e critica) il protagonista entra lentamente nella sua vita. Prima sposando la moglie, poi prendendosi in carico il figlio, proseguendo con la cura e la stesura delle sue opere stesse, fino al freudiano momento carnale con la madre, posseduta fisicamente in un momento di morbosa passione. Il processo di travaso di personalità avviene nella solita modalità anche nei precedenti scritti: dissoluzione fisica, svuotamento psicologico, incubazione del soggetto protagonista nel nuovo individuo, presa di coscienza, fallimento. Che significato possiamo dare a questa catena? Personalmente, come spesso accade, ho cercato di assegnare la risposta allo stesso autore. Nascosto nel libro terzo, riporto il trafiletto interessante, cardine di questa meravigliosa trilogia dell’incomprensione personale. “La conclusione, tuttavia, mi è chiara. Non l’ho dimenticata, ed è una fortuna che mi sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora quell’epilogo non l’avessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo stesso vale per i due che lo precedono, La città di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa. Non pretendo di aver risolto nessun problema. Voglio solo segnalare che venne un momento in cui guardare ciò che era successo cessò di spaventarmi. Se le parole seguirono, fu unicamente perché non avevo altra scelta che accettarle, addossarmele e andare dove mi portavano. È tanto tempo ormai che lotto per dire addio a qualcosa, ed è la lotta quello che veramente conta. La storia è non è nelle parole: è nella lotta.”

INFO UTILI

130 pag – 2 ore di lettura circa

ORIGINI

Mark Rothko – Blue and Grey – 1962

Paul Auster – La stanza chiusa – Trilogia di New York – Edizione SuperET (isbn: 9788806220716)

via Paolo Nova.