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SAKA | Calavera no llora | Photography

Calavera no llora

In Messico nei primi giorni di Novembre Il sentimento nostalgico negli occhi e nel cuore delle persone è accompagnato da sorrisi e gioia. Nell’attesa dell’ ascesa delle anime in terra, i parenti dei defunti banchettano seduti sulle loro tombe.Vita e morte si fondono in una concezione ciclica del tempo. Le antiche popolazioni precolombiane basavano il loro culto sull’osservazione della natura, per questo la loro concezione del tempo è detta ciclica. Le case si adornano con le ofrende: piccoli o grandi altari da tre o sette gradini colmi di pietanze, bevande, sigarette, santini e fotografie, dedicate ai morti delle famiglie. La gente è impegnata nell’acquistare fiori, pietanze e tutto il necessario per una giusta accoglienza delle anime. Tutto è in vita per la festa dei morti. Le vie e le case sono decorate con festoni e marionette a sembianza di scheletro, i quali nella maggior parte delle raffigurazioni sorridono divertiti mentre ballano, partecipano a deliziosi banchetti e giocano.
La “Santissima muerte” è rispettata e derisa allo stesso tempo, perché viene percepita come tappa di un ciclo.
Vita e morte coesistono nello stesso spazio-tempo, due facce della stessa medaglia, due opposti che compensandosi creano un indissolubile equilibrio.

Saka, 2014.

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Saka, 2014.

Day 20 – Italia

Ho detto in prima battuta come viaggiare sia il miraggio di un ritorno all’infanzia causato dalla solitudine. Mi è molto più difficile descrivere quel meccanismo di riallaccio della maturità e dei doveri, anche minuscoli, che incombono ogni giorno su di noi. Persino adesso, quando abbiamo deciso di girare la macchina e tornare a casa prematuramente, non trovo una cagione migliore del rispetto di affetti ed incombenze per giustificare al diario la scelta. Dopo una notte a Gherta Mica per restituire la macchina, siamo su un’altra vettura che punta verso l’Italia. Nel mezzogiorno, quasi senza accorgerci, pranziamo in centro a Budapest. Lasciamo alle spalle la capitale rumena, ultima nostra tappa inespressa, e quatto giorni di parole non dette che mi piace comunque poter pensare di conservare come scatole vuote. Durante il lungo tragitto, tra frontiere e cartelli stradali di benvenuto, ricevo anche un’ulteriore distacco da quel mondo infantile che aleggia intorno al mio io viaggiatore. Come ogni pensiero da bambino, portava con se molti sogni e molta incoscienza, ma da ora è serenamente giunto il momento di non rammaricarsi. Provo a distrarmi. Riordinando i pensieri mi accorgo di aver una scatola in più. È piena degli appunti di viaggio del mio taccuino. È zeppa di nuove destinazioni, permanenti o meno. È satura di dettagli. Ci trovo il campeggiatore di Bologa in completa solitudine intento ad accedere il fuoco, il bambino di dieci anni di Bistrita che fumava sigarette al tavolo dei grandi, la reggia dello zingaro di Certeze dall’aspetto e dalle dimensioni pacchiane e colossali, ci trovo la moda degli uomini chiatti del Maramures di alzare la maglia fin sopra la tonda pancia, gli scolapiatti dei zigani che appendono le padelle a rami piantati fuori dalle tende, la via di pali luminosi, custodi ognuno di enormi nidi di cicogne, ci rivedo la signora con gli occhiali spezzati in più punti seduta accanto a me sul primo volo, i sandali bianchi di suo marito e lo smalto sbavato della hostess che ci serviva. Insomma una scatola piena di personaggi e luoghi cui potrei dedicare un racconto ciascuno. Potrei dedicarvi la mia fantasia. Potrei dedicarvi le parole, sempre più affascinanti della realtà. Ora però i bagagli sono già stivati e noi veleggiamo a sud. Allora addio Romania, non mi arrogo l’insolenza di dirti conosciuta dopo soli venti giorni di viaggio, ma da buon navigatore, seppur superficialmente, posso dire d’averti vista e solcata. E come tale di averti anche un po’ capita.

Day 18 – Sibiel / Cluj-Napoca

Lasciata Sibiu a malincuore, partiamo prestissimo per una destinazione molto vicina. Vogliamo dare un occhio ai villaggetti a ridosso delle colline poco fuori la città. Ci fermiamo a Sibiel, dove noleggiamo delle biciclette e esploriamo i suoi dintorni pedalando. Passato il piccolo borgo di Vale, ci fermiamo a pranzare a Săliște, un anonimo centro con le vie principali ricoperte di autobloccanti. I pittoreschi paesini da “cappuccetto rosso” descritti dalla nostra guida, sono in realtà compatti agglomerati di case contadine, con un vago aspetto rurale e un ingresso diretto nel verde che li circonda. Sebbene pensassimo di restare l’intera giornata in una pensione delle tante, partiamo nel primo pomeriggio alla volta di Cluj-Napoca. Sulla strada veniamo fermati ad un posto di blocco. Il poliziotto prima dice che la nostra assicurazione è scaduta, ma deve ricredersi dopo il controllo in rete. Poi che la mia patente è scaduta, ma deve ricredersi quando mostro il tagliandino di rinnovo. Poi che avevamo le luci anabbaglianti spente, e qui dobbiamo ricrederci noi. Paghiamo la multa e salutiamo (non senza argomentazioni che qui preferirei evitare). Dopo alcune ore di viaggio siamo alla confusissima Cluj-Napoca. Ci riceve un colonnato di edifici e palazzi, come colonne adatte ad un ingresso colossale. E più mi sforzo di trovare paragoni adatti a questa città, più mi viene in mente Milano. Con le linee dei tram che tagliano il cielo, gli indaffarati abitanti che brulicano dentro palazzi storici e ingrigiti. Le chiese che sopportano condomini e traffico. E i cittadini vestiti da perfetti cosmopoliti. Sì, sembra proprio Milano. Una città che a naso (a proposito, l’ho misurato e sembra stabile) non gode delle mie simpatie.

Day 17 – Sibiu

Lo spavento di ieri mi ha fatto dimenticare parte della giornata. Portando le cose alla memoria, mi è tornato in mente che nel pomeriggio io e Mattia ci siamo andati a comprare una scacchiera e siamo andati al parco a giocare. Intorno a noi c’erano folti gruppetti di anziani dediti alla stessa attività, così ci siamo presi un tavolo e abbiamo messo giù i pezzi. Non appena pronti a partire, un signore sulla settantina si è avvicinato iniziando a parlare vorticosamente. Pensavamo ci volesse cacciare, invece voleva sfidarci. Ho raccolto la sfida facendomi disintegrare in poche mosse, complice la sua fastidiosa parlantina. Quando asserisce di essere istruttore, aggiusto il tiro e nella rivincita imposto una partita di Re che sfocia poi in una difesa “due cavalli” a me nota, dove il nero sacrifica un pedone centrale alla quarta mossa per minacciare poi il suo alfiere con cavallo in a5. Pur non ottenendo vantaggio è costretto a pensare e ciò mi rincuora perché cala conseguentemente il suo sproloquio. Muove i pezzi distratto, parla in francese con inserti casuali di rumeno, inglese e spagnolo. Alle quattro meno quindici guarda preoccupato l’orologio e sentenzia “alle quattro meno sette devo andare”. E alle quatto meno otto lascia il mediogioco con ancora tutto da decidere. Saluta, ci regala due tavole di cioccolato, e scrive il suo nome e indirizzo sul taccuino di Mattia. Solo in ostello scoprirò, cercando sul sito della federazione, che il signor Adrian-Florian Sasui-Ducaoara era maestro fide, con un picco forza superiore ai 2300 punti ELO. Prima di arrivare in camera però, e poi ancora alla giornata di oggi, ci siamo fermati alla chiesa nera di Brașov per ascoltare un concerto di organo (hanno un bellissimo Buchholz degli inizi ‘800).
Dopo una giornata così stressante oggi abbiamo preso la sveglia con più calma e in tarda mattinata siamo arrivati a Sibiu. L’impatto con la città è dei migliori. Il centro custodito da mura antiche eleva due piazze gigantesche e tangenti, simili ad un grosso otto. Attraversando il punto di contatto sembra di entrare nell’altra metà di uno specchio. Prendiamo una camera con vista su piața mare e battiamo a tappeto le sue vie ciottolate. Sibiu fonde perfettamente gli spiriti rumeni. L’aria ungherese riempie le piazze, l’angoscia transilvana le dona fascino, l’architettura sassone fissa le abitazioni più semplici nella tradizione e la grande cultura la veste da aristocratica signora. I due enormi spazi centrali si contrappongono allo spazio urbano sottostante, più grezzo e compatto. Lì. I tetti delle case sembrano soffrire il peso della gravità nei loro moti ondulati. Tagli orizzontali, come carne sollevata in una piaga, nascondo lucernari ed abbaini. Mille occhi tetri scrutano lo stesso orizzonte dove, da centinaia di anni, magiari, romeni, zingari e sassoni faticano a mischiarsi fra loro.

Day 16 – Bran

Li ho visti con questi occhi. Li ho visti trascinarsi con il loro passo da morti viventi, i vampiri di Bran. Luogo sinistro, soleggiato, già artefatto nella finta leggenda che lo avvolge. Siamo arrivati ai suoi piedi di mattino presto, sperando che si ritirassero nei loculi, ma man mano che il sole si alzava questi uscivano impavidi per sfamarsi. Intrappolati in un lungo serpente sibilante, soffocati nelle fredde spire di un pallido fiume di mostri variopinti, siamo stati risucchiati nel castello, poi giù nelle sue segrete. Bocche recitano litanie in ogni linguaggio della terra. Unghie grifagne e siliconate provano ad artigliarci. Sandali, vesti cangianti con loghi messianici, canini assetati che si inficcano in fette di pane preconfezionate. Occhi spenti in una moltitudine vitrea, l’assenza di pensiero dei condannati a vivere. E il sole, alto e bruciante, combattuto con potenti esplosioni di luce emessi dai loro strumenti di eterno oblio. Li rivolgono verso loro stessi, rubandosi l’anima ogni qual volta la clessidra che scandisce il tempo della noia volta il suo macabro richiamo. Le creature più piccole, non meno spregevoli, seppur ignare, vengono educate con gli stessi crismi. Cresceranno un giorno per divorare altri loro simili, sterminarli brandendo alta l’unica arma di sottomissione che mai ha fallito. Soldi. Aliti pestilenziali mordono le nostre spalle con fetori di alchimie culinarie. Riusciamo a fuggire dall’incubo approfittando di una distrazione delle guardie, mercenari impenitenti al soldo dei vampiri. Sotto il castello i poveri contadini hanno già piazzato le loro bancarelle con sufficiente sangue e reliquie per chetare la fame perenne dei mostri che crollano dalle mura. Mimetizzandoci con grosse macchine fotografiche al collo, scappiamo. Giunti al mezzo di fuga troviamo le loro vetture chiuse a labirinto intorno alla nostra. Cercano di bloccarci con inviti, senza obblighi, proprio come faceva Dracula. La nostra forza di volontà è ferrea. Ma anche avviati sulla strada di ritorno a Brașov, il presentimento è quello che ci stiano ancora inseguendo. Non solo. È come se percepissimo che siano ovunque e
che stiano invadendo il mondo. Spietati, hanno finalmente rivoltato la percezione dello scibile umano ed ora, fieri della loro conquista, hanno cominciato a costruire le tombe dove giacere con occhi sbarrati, non più sotto terra, ma sempre più verso l’alto. In onore alla loro grandezza,

foto di copertina – Martin Parr