Archivi categoria: LETTURE

Kōbō Abe – La donna di sabbia

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DAL TESTO

La sabbia non si riposa mai. Senza rumore, ma con certezza, invade la superfice della terra, distruggendola a poco a poco. L’immagine della sabbia che continua a spostarsi diede all’uomo uno choc indicibile e lo eccitò. Pareva che la sterilità della sabbia non fosse semplicemente dovuta alla siccità, come viene interpretata in genere, ma alla sua mobilità perenne che rifiuta la presenza di ogni forma di vita dentro di sé.
Quale sollievo se si pensa al senso opprimente che comporta ogni realtà di questo mondo, che ci costringe persistentemente a rimanerle aggrappati.
Certo la sabbia non crea un ambiente adatto per la vita. Ma è davvero assolutamente indispensabile stabilirsi in un luogo per vivere? Non è forse il desiderio di stabilirsi in un luogo che dà il via a quella concorrenza obbrobriosa tra gli esseri viventi? Se uno rifiutasse di stabilirsi in un luogo e si lasciasse andare assieme ai movimenti della sabbia, non ci sarebbe più la possibilità di concorrenza.

DUE PAROLE

Come spesso accade nelle opere Kafkiane, il protagonista di questo romanzo, l’entomologo Junpei, si ritrova imprigionato in una situazione claustrofobica ed angosciante senza saperne la ragione. Ospitato, per meglio dire imprigionato, in una casa ai bordi di un crepaccio, l’uomo viene costretto dagli abitanti del posto a scavare la stessa sabbia che lo circonda, in un interminabile e alienante quotidianità dedicata al ciclico non senso. Con lui, una giovane vedova, costretta a sua volta ad accoglierlo in casa, assume lentamente il ruolo di schiava, amante e convivente. La distorsione delle dimensioni umane, l’eternità della sabbia, la follia che generano le rivoluzioni del senso di tempo e spazio, portano il protagonista, e il lettore stesso, ad un obbligato passaggio riflessivo sulla nostra natura. Il senso ultimo dell’opera è una precisa ed esasperazione interpretazione della condizione umana, una lucida visione della nostra debolezza e del nostro bisogno di speranza. L’uomo, infatti, pur libero di scappare dal posto che così tanto ha cercato di abbandonare in quanto stanco, infelice, ed assetato sceglierà, una volta libero, di procrastinare la sua partenza dal limbo desertico ove era stato risucchiato. Un profondo, ma al tempo stesso triste, monito di speranza. Non è forse così ognuna delle nostre vite? Un pozzo dove ognuno di noi può ricavare un senso, e forse anche un barlume di felicità o soddisfazione. Non importa quanto piccola e insignificante sia. La libertà non esiste, è soltanto uno stato mentale, a volte nemmeno voluto, il più delle volte imposto. Ogni esistenza altro non è che una forma di deserto dal quale non possiamo né vogliamo scappare. Il valore della determinazione prende un significato importantissimo. Lo spirito di adattamento dell’uomo è immortale. Così quanto l’accettazione della sua amara condizione di innata schiavitù.

INFO UTILI

250 pag, 4 ore e mezza di lettura circa

Opere affini : “Solaris”, Stanislav Lem

ORIGINI

Maurice Utrillo – Pazzia

Kōbō Abe – La donna di sabbia – (Guanda editore – Le fenici – ISBN 9788860886675)

via Paolo Nova.

Italo Calvino – Il visconte dimezzato

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DAL TESTO

“Così si potesse dimezzare ogni cosa intera” disse mio zio coricato bocconi sullo scoglio, carezzando quelle convulse metà di polpo, “così ognuno potesse uscire dalla sua ottusa e ignorante interezza. Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di vedere tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te lo auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te nel mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutti sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.

DUE PAROLE

Come per stessa ammissione di Calvino, il dimezzamento del Visconte è metafora di amputazione intellettuale, di mancanza di completezza e rotondità di pensiero (non senza riferimenti politici e/o culturali all’élite pensante del tempo). La storia è una fiaba costruita sulla personale esperienza familiare dello scrittore che, mescolando reminiscenze infantili, dà vita ai personaggi araldici di Terralba, patria del Visconte Medardo, caduto in suolo Boemo, intento a difendere la patria dai Turchi.
Salvato per miracolo, il Visconte si ritrova però sezionato esattamente in due parti. La prima di queste, l’unica conosciuta per buona parte del racconto, torna alle sue terre d’origini esercitando il male, e solo il male, come metro di giudizio. Lo scompiglio creato da questa iniquità è pari soltanto al secondo evento cruciale della storia, il ritorno della metà buona del Visconte, anch’essa largamente imparziale ed inefficace, poiché votata unicamente alla bontà.
Una storia edulcorata, dipinta con i soliti colori tenui di Calvino, quasi banale per semplicità d’esposizione e di messaggio. La completezza finale del Visconte, magicamente riunito in un unico corpo tramite la forza dell’amore per la giovane Pamela, arriva a chiudere il quadro fiabesco, ma è interessante notare, a mio avviso, come la catarsi, sebbene chiusa in lieto fine dal punto di vista del visconte, rimanga volutamente aperta per il vero protagonista del romanzo, il giovane nipote di Medardo: voce e coscienza dell’intera vicenda.

INFO UTILI

98 pag, 1 ora e mezza di lettura circa

opere affini : The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde – Stevenson

ORIGINI

Il visconte dimezzato – Oscar Mondadori (ISBN 9788804370871)

via Paolo Nova.

AA VV – Il tuo cuore sa ancora far festa? Le più belle lettere di Natale

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DAL TESTO

Tesoro quando sarò tornato voglio che tu abbia sempre pazienza con me. Scoprirai, cara, che io non sono cattivo. Sono un povero poeta impulsivo peccatore generoso egoista geloso insoddisfatto gentile, ma non sono una persona ipocrita e cattiva. Cerca di proteggermi, carissima, dalle tempeste del mondo. Io ti amo (lo credi ancora, tesoro?) e oh! Son così stanco dopo tutto quello che ho fatto qui che credo che quando arriverò a via Scussa mi infilerò nel letto, ti bacerò dolcemente sulla fronte, mi raggomitolerò sotto le coperte e dormirò, dormirò, dormirò.

(J.Joyce)

DUE PAROLE

Trovato per caso sul bancone di una libreria, in bella vista e così appetibile al periodo natalizio che di lì a poco si apprestava, non ho potuto fare a meno di comprare questo libretto che, in fin dei conti, non ha soddisfatto le mie aspettative. Una breve raccolta di lettere di autori famosi, in sequenza Goethe, Baudelaire, Tolstoj, Rilke, Joyce, tutte scritte intorno alla fine di Dicembre, rinfusamente affazzonate tra loro. Chi scrive disperato per problemi di soldi, chi loda amore e dolori. Una lettura decisamente più indicata a chi volesse conoscere qualcosa di più di questi cinque giganti della letteratura, piuttosto che concedersi dolci riflessioni sul senso del Natale.

INFO UTILI

100 pagine, 1 ora e mezza di lettura circa

ORIGINI

AA VV – Il tuo cuore sa ancora far festa? Le più belle lettere di Natale – interlinea editore (ISBN 9788868570651)
Winter Twilight – Lowell Birge Harrison

via Paolo Nova.

Ennio Flaiano – Diario degli errori

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DAL TESTO

A quelli che invocano e ringraziano la Divina Provvidenza far notare che c’è una Divina Imprevvidenza altrettanto vigile, quella che regola tutti i nostri errori, gli scontri ferroviari, i naufragi, i terremoti, le stragi degli innocenti, la follia infantile, la peste, le grandi e piccole catastrofi. Il Bene e il Male si equilibrano nel tempo, secondo la legge dei grandi numeri; o forse non esistono. Esiste il corso delle cose, che non è giudicabile.

DUE PAROLE

Annotazioni di viaggio e appunti di taccuino snocciolati sapidamente con l’eleganza che contraddistingueva Flaiano. Una personalità brillante che ha bazzicato, osservandola dall’interno, la dolce vita italiana degli anni 60. Uno spaccato preciso di quel paese e del resto del mondo che lo circondava. Un diario micidiale, fotografia poetica di pensieri sparsi.

INFO UTILI

316 pagine, 2 ore e mezza di lettura circa

ORIGINI

Ennio Flaiano – Diario degli errori – Adelphi (ISBN 9788845916861)
Adolpho Fonzari – Praça Ramos de Azevedo

via Paolo Nova.

Giorgio Scerbanenco – I milanesi ammazzano al sabato

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DAL TESTO

Con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa. Oggi la polizia non può ricercare un singolo delinquente, indagare su un singolo caso, oggi si fanno dei rastrellamenti con le reti a strascico dei vari nuclei di polizia, nucleo anti droga, nucleo antitratta delle bianche, negre, gialle, nucleo antirapina, antifalsari, antigiocodazzardo, si pesca in questo lutulento mare del crimine e della sozzeria e vengono fuori repellenti pesci piccoli e grossi, e si fa così pulizia. Ma non c’era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata mentale, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano, dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha possibilità di ritrovarlo.

DUE PAROLE

La vendetta personale di un padre colpito da un tragedia, il barbaro assassinio della sua unica figlia, una bellissima minorata mentale affetta da elefantismo e ninfomania, che diventa preda ideale di magnaccia disposti a rapirla e seviziarla al fine di costringerla alla prostituzione. Una borghesia assassina (il titolo del libro è riferito al gesto paterno di vendetta) molto lontana dalla più nobile prosa di Cerami de “un borghese piccolo piccolo”, nonostante la portante vendicativa. I protagonisti di Scerbanenco sono dei più classici. Ruoli ben impacchettati e definiti. Buoni coi buoni, cattivi coi cattivi, e stucchevole morale distribuita a catinelle. La prosa, purtroppo, non è nemmeno delle migliori. L’uso eccessivo di ritocchi, la forzatura narrativa di stenti, cade troppo spesso nel cattivo gusto, trasformando l’infallibile protagonista della vicenda, l’investigatore Duca Lamberti, in una stolida macchina da cliché del giallo.

INFO UTILI

180 pagine, 2 ore e mezza di lettura circa

ORIGINI

Giorgio Scerbanenco – I milanesi ammazzano al sabato – Garzanti elefanti (ISBN 9788811687788)

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via Paolo Nova.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine

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DAL TESTO

Sono nato in un’epoca in cui la maggior parte dei giovani aveva perduto la fede in Dio, per la stessa ragione per la quale i loro padri l’avevano avuto – senza sapere perché. E allora, poiché lo spirito umano tende naturalmente a criticare perché sente e non perché pensa, la maggior parte di quei giovani ha scelto l’umanità come surrogato di Dio. Appartengo, però, a quella specie di uomini che se ne stanno ai margini di quel mondo di cui fanno parte, e che non rivolgono lo sguardo solo alla massa cui appartengono, ma anche verso i grandi spazi che sono a lato. Per questo non ho mai abbandonato Dio come loro, né ho mai accettato l’umanità. Ho considerato che Dio, pur essendo improbabile, potrebbe anche esistere e che, pertanto, si poteva adorare; ma che l’umanità, essendo una mera idea biologica, e non significando altro che la specie animale umana, non era degna di adorazione più di qualsiasi altra specie animale.
DUE PAROLE
Un piombo a picco nella coscienza di Bernardo Soares, uno degli innumerevoli pseudonimi di Fernando Pessoa. Quattrocentosettantuno capitoletti di introspezione analitica, un viaggio nell’angoscia e nella solitudine mentale di un pensatore privo di sorpresa e di speranza. Una scoperta, un ritrovamento solitario e senza fiato.

INFO UTILI

320 pagine, 9 ore di lettura circa

ORIGINI

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine – Grandi tascabili economici Newton (ISBN 9788854117287)

Van Gogh – Depressione

via Paolo Nova.

Cesare Pavese – La casa in collina


manzaraDAL TESTO 

Entrai qualche volta da solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare; l’odore antico dell’incenso e della pietra mi ricordò che non la vita importa a Dio ma la morte. Per commuovere Dio, per averlo con sé, -ragionavo come fossi credente – bisogna aver già rinunciato, bisogna essere pronti a spargere sangue. Pensavo a quei martiri di cui si studia al catechismo. La loro pace era una pace oltre la tomba, tutti avevano sparso sangue. Com’io non volevo.
In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo esser buono per essere salvo. Lo capii così bene che un giorno mollai. Naturalmente non fu in chiesa, ero in cortile coi ragazzi. I ragazzi vociavano e giocavano al calcio. Nel cielo chiaro – quel mattino aveva smesso di piovere – vidi nuvole rosee, ventose. Il freddo, il baccano, la repentina libertà del cielo, mi gonfiarono il cuore e capii che bastava un soprassalto d’ energia, un bel ricordo, per ritrovare la speranza. Capii che ogni giorno trascorso era uno verso la salvezza. Il bel tempo tornava, come tante stagioni passate, e mi trovava ancora libero, ancora vivo. Anche stavolta la certezza durò poco più di un istante, ma fu come un disgelo, una grazia.

DUE PAROLE

Corrado è un giovane professore che osserva la guerra, la resistenza italiana, alternandosi fra la città, Torino, e il Piemonte collinare, ove vive e si rifugia. Il dualismo fra vita e ruralità è lo stesso che combatte nel cuore del protagonista, e probabilmente anche in quello di ogni uomo posto di fronte alle atrocità della guerra. Il pensatore Pavese si oppone al soldato Pavese, quasi inesistente, mutilato. La teoria contro l’amara realtà. La sofferenza espressa da questa divisione, ma soprattutto da questa incapacità di azione diretta, tipica di ogni intellettuale, viene sottolineata nel crescendo finale del libro, che così incisivamente lo stesso Pavese riporta:
“Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla, salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. Dove questa illusione mi porti, ci penso sovente in questi giorni: a che altro pensare? Qui ogni passo, quasi ogni ora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui – ciò che sono e avevo scordato. Se gli incontri e i casi di quest’anno mi ossessionano, mi avviene a volte di chiedermi: “Che c’è di comune tra me e quest’uomo che è sfuggito alle bombe, sfuggito ai tedeschi, sfuggito ai rimorsi e al dolore?”
Qui Pavese esprime chiaramente l’impossibilità del ritorno: chiunque venga portato verso un limite difficilmente può tornare a vedere le cose ingenuamente. La guerra, in questo senso, viene vista quasi come una sorta di esperienza di vita, più che ad un’atrocità, avvicinando questo testo, mi si passi, ad un romanzo di formazione più che ad una voce storica, o di impegno sociale. Nel ricordo, il senso di incompiutezza, quel rantolo amaro che ci rimembra di essere stati spettatori ma non protagonisti. Della guerra, così come della stessa vita.

INFO UTILI

130 pag, 2 ore e mezza di lettura circa.

ORIGINI

La casa in collina – Cesare Pavese (Edizione Einaudi, ISBN 9788806193706)

Roger De La Fresnaye – Village landscape

via Paolo Nova

Georges Simenon – Il gatto

marc franz gatto su cuscino gialloDAL TESTO

Avevano vissuto ciascuno nel suo angolo, ciascuno irritandosi per i gesti, per le inflessioni dell’altro. E alla fine erano giunti a ricavarne un segreto piacere. I bambini giocano alla guerra. Fra loro due, ora, c’era una guerra vera, ancora più appasionante. Ognuno pensava alla morte dell’altro, ognuno, in modo più o meno dichiarato, se la augurava, sperando di sopravvivergli.
Ora Marguerite si era sbarazzata del suo nemico più scoperto, di quel gatto che, con la sua sola presenza, sfidava la stirpe dei Doisee la loro sensibilità. Perché non avrebbe dovuto, un giorno, sbarazzarsi allo stesso modo del marito?

DUE PAROLE

Emile Bouin, un distinto borghese dalla pacata vita sedentaria, protrae la sua esistenza, ormai giunta intorno alla settantina d’anni, assieme alla moglie Marguerite, che sospetta essere l’omicida del suo adorato gatto. I coniugi vivono in un limbo di silenzi e odio, tanto forti da sviluppare una specie di dipendenza reciproca uno nei confronti dell’altra. Non si rivolgono mai la parola e gli unici messaggi che intercorrono fra loro avvengono attraverso uno scambio di bigliettini carichi di minacce latenti atti a rivolgere sommessamente colpe ed accuse. I fili delle comunicazioni intrecciati da Simenon sono divertentissimi ed assai precisi, pescati –si direbbe- direttamente dall’esperienza reale. Le metafore dell’incomunicabilità, della struggente routine e della totale incomprensione vengono passate goliardicamente al lettore con sarcasmo, un non-sense affettivo molto simile al burrascoso rapporto tra il professor K e la sua casalinga in “Autodafé”. Ne “il Gatto”, l’amore è immediata lentezza, irrisorio rifiuto, sarcastico obnubilamento. Emile è un meschino alla prese con la più robusta delle simbiosi: quel conflitto, così remoto e inscindibile, che intercorre fra il desiderio e l’apatia.

INFO UTILI

160 pagine. 2 ore e mezza di lettura circa.

ORIGINI

Marc Franz – Gatto su cuscino giallo

George Simenon – Le chat – 1966 (edizione Gli Adelphi – sibn: 978884926112)

via Paolo Nova.

William Gaddis – Gotico americano

Grant Wood - American Gothic - 1930 - The Art Institute of ChicagoDAL TESTO

Eppure, vedi come vi ho ceduto. Un uomo, immagino, lotta solo quando spera, quando ha la visione di un ordine, quando sente con la forza che c’è una connessione fra la terra su cui cammina e se stesso. Ma c’era la mia visione di un disordine la cui riforma superava le forze di chiunque. C’era il mio senso dell’iniquità, a partire dal silenzio di quel mattino del ritorno.

“Ti dirò il perché, sì, sai perché la gente dice bugie? Perché quando la gente smette di mentire significa che non le interessi più.”

DUE PAROLE

La scarsezza di materiale online in italiano su questo romanzo sottende la debole accoglienza europea dell’opera e conferma, personalmente, la difficoltà di lettura della stessa. Un testo di per sé molto complicato, tanto fitto quanto distratto, precursore, forse anche viatico, di una lunga serie di opere votate all’utilizzo del flusso narrativo a guisa di ariete, ed alla peculiare ricerca della verità tramite una quotidianità borghese, di quel proletariato statunitense più becero e comune. Non esistono eroi nel post modernismo, sono più spesso gli oggetti a diventare simboli. Nella fattispecie, la casa dove Paul e Liz discorrono delle loro vite e delle loro ambizioni, come un vero e proprio monumento, dona il nome al testo (in inglese Carpenter’s Gothic – ammirabile anche nello sfondo del celeberrimo quadro di Grant Wood) in un’antonomasia rovesciata al dinamico vivere umano, dove un’architettura diventata persona, con la sua inquietante impossibilità nel cambiarsi e la sua testarda volontà di perpetrare le sue rigide forme nella società. La completa trasposizione del piano personale (debbo ammetterlo nonostante la fatica nel leggerla) è di un’originalità spaventosa.
Gaddis tramuta il dialogo in un articolazione di pensiero, in una vera e propria nuova forma di descrizione. Utile, almeno per raccogliere qualche informazione in più (è peculiare l’utilizzo delle note in scrittori come DF Wallace e T. Pynchon) il sito http://www.williamgaddis.org/gothic/gothicnotes1.shtml dove scopro il significato della poesie di Shakespeare inclusa in copertina. Originariamente, infatti, l’opera avrebbe dovuto chiamarsi “Quel periodo dell’anno” (“That Time of Year”), proprio dall’incipit del sonetto, che qui ripropongo.

In me tu vedi quel periodo dell’anno
quando foglie ingiallite, nessuna, o poche, pendono
appese ai rami tremanti contro il freddo,
spogli cori in rovina dove dolci cantavano gli uccelli.
In me vedi il crepuscolo del giorno
che svanisce a occidente dopo sera,
che porta via pian piano notte nera,
simulacro di morte che nel riposo ogni cosa sigilla.
In me vedi quel fuoco che sfavilla
e langue sulle ceneri della sua giovinezza,
letto di morte in cui dovrà spirare
consumato con quel che lo nutriva.
Questo tu percepisci che rafforza il tuo amore,
per meglio amare ciò che presto dovrai abbandonare.

INFO UTILI

280 pagine, 6 ore di lettura circa

via Paolo Nova.

Wiltold Gombrowicz – Trans-Atlantico

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Fu allora che pensai di gettarmi in ginocchio! Eppure, non mi gettai, cominciai invece sottovoce, tra me e me, a Bestemmiare e a Maledire violentemente: “Salpate, navigate, Compatrioti, verso la Nazione vostra! Verso la vostra Nazione Santa ma fors’anche Maledetta! Navigate verso questo Santo Mostro Oscuro che da secoli tenta di crepare ma non ci  riesce! Navigate verso questo San Prodigio, maledetto da tutta la Natura, che sta sempre per nascere, eppure non è mai nato! Navigate, navigate e che quel Prodigio non vi consenta né di Vivere, né di Crepare, che vi tenga sempre tra l’Essere e il Non essere. Navigate verso questa vostra Santa Cialtroneria, così vi renderà più molluschi ancora!” La nave era già virata di bordo e stava allontanandosi, ma io aggiunsi ancora: “Navigate dunque verso quella Santa Aberrazione vostra, la Santa Pazzia fors’anche Maledetta, affinché vi possa ossessionare e martirizzare con i salti e le pazzie sue, affinché vi faccia uscire dai gangheri, affinché con gli Schiamazzi suoi vi schiamazzi e vi strapazzi, affinché con il Martirio suo martirizzi voi, i Figli vostri e le mogli, fino alla Morte, all’Agonia, affinché lei stessa agonizzando nell’Agonia della propria Demenza vi renda Dementi e Indemoniati.” Pronunciato che ebbi questo Anatema, voltai le spalle alla nave e varcai le porte della città.

DUE PAROLE

Subito, immediatamente, dalle prime pagine di Trans-Atlantico si può percepire la ventata d’aria fresca portata dalla scrittura di Gombrowicz. Preso quasi alla sprovvista da un incipit divertentissimo e letteralmente animato, ho pensato, sebbene questo romanzo sia la mia prima opera che leggo dell’autore, di trovarmi di fronte ad un “nuovo” Céline. Le affinità con il francese non sono poche, specialmente per quanto riguarda l’accoglienza dell’opera in patria, la difficoltà di digerirne un pensiero così schietto. Il sarcasmo e l’ironia con cui Gombrowicz fa a pezzi i caratteri borghesi ha davvero pochi rivali. Trasn-Atlantico si basa su un’esperienza di nostalgia nazionalista vissuta in prima persona. Mentre in Céline la descrizione della guerra è in presa diretta, in Gombrozicz è a distanza. Esule in Argentina per moltissimi anni, con un poco di invidia e molto timore, il protagonista-autore descrive l’ambiente che lo circonda consapevole di non essere nel fulcro del mondo. Osserva e pensa all’Europa e alla sua vituperata Polonia con lungo raggio, lo sguardo di un uomo conscio dell’abbandono, forse vigliacco, forse furbo, sicuramente tanto superiore alla meschina ed umana guerra quanto alla borghesia. Lo scontro che lo distrugge interiormente non è quello mondiale, ma l’edipico conflitto fra la madre patria e il filgio. Ed è questa la somiglianza con il Céline, quel divertentissimo senso di vigliaccheria dal sapore di scaltrezza. Lo spunto che Gombrowicz prende per scardinare i suoi simili è brillante quanto la musica suonata dalla sue parole.

INFO UTILI

218 pagine, 3 ore e mezza di lettura circa.

ORIGINI

Odillon Redon – Le barque mistique

Wiltold Gombrowicz – Trans-Atlantico – Universale economica Feltrinelli (ISBN 9788897818349)

Via Paolo Nova.