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Day 13 – Viscri / Criț

La strada larga e polverosa tace, zittita dalla canicola. Ai suoi lati gli argini verdi di un paio di metri di prato distanziano i portoni rotondi delle abitazioni che si rispecchiano simmetricamente in tenui colori pastello. Un paio di abbeveratoi ricavati da tronchi scavati dissetano i motori dei calessi, cavalli dal fiocco rosso che penzola ai paraocchi. I volti imbruniti degli abitanti ci trasportano in un altro continente. Non fosse per la vecchia cittadella nascosta nel cuore dei vicoli, Viscri sarebbe un perfetto e pittoresco paesino dell’America latina. Ci si arriva svoltando per Bunești, dalla strada che congiunge Sighișoara a Rupea, lungo un paesaggio disseminato di minuscole abitazioni rom. La tranquillità che tutela questo posto cela una chiesa fortificata risalente al dodicesimo secolo difesa da un piccolo porticato poco più alto di un metro. Ci aggiriamo al suo interno, dove troviamo una torre legnosa e una piccola cappella dai soppalchi storti e dalle panchine inclinate, troppo serrate fra loro per ispirare pratica religiosa. A Criț, poco più avanti, troviamo la stessa atmosfera. Qui la strada principale, sempre sabbiosa, conduce a un grande spiazzo dove il tempo è immobile e i vecchi oziano all’ombra del bazar principale, posizione incantevole per osservare il lento andirivieni degli abitanti. Ragazzini schioccano fruste, un vecchio signore dallo sguardo languido giace abbandonato su una sedia mentre uno stormo di mosche interroga la sua carcassa. Sembra solo voler aspettare la fine con dignità e saluta orgoglioso i passanti. “Ce faci?” chiede Mattia “Come va?” e lui, come molti della sua età, risponde con un espressione universale di rassegnazione, una smorfia e spallucce a dire: “Così”. E Sighișoara? Direi bugie a non parlare della sua bellezza, del suo prestigio (d’altronde è la città che diede i natali a Vlad Țsepeș, l’impalatore) o della sua vivacità. Ma oggi onoriamo l’ozio, i deboli e gli stanchi, e come i nostri incontri, piacevolmente, sorvoliamo.

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Day 12 – Biertan

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“Caro amico, benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa notte. Domattina alle tre parte la diligenza per la Bucovina, sulla quale è stato fissato un posto per voi. Al passo Borgo sarete atteso dalla mia carrozza che vi condurrà da me. Spero che il viaggio da Londra sia stato buono, e che vi sia piacevole il soggiorno nel mio bel paese. Il vostro amico Dracula”.
Così il conte accoglie, in una delle primissime pagine del capolavoro di Bram Stoker, il giovane Jonathan Harker in viaggio da Bistrița verso il suo castello. Come lui, anche noi entriamo in Transilvania dal nord, ma da un angolazione leggermente più orientale. Guadagnando tempo nella giornata di ieri, abbiamo approfittato delle energie rimaste per accorciarci la strada verso la terra sassone. L’ingresso è una piccola rivoluzione architettonica. Abituati come eravamo alle case pacchiane degli arricchiti esterofili del nord, trovarci di fronte a basse e modeste abitazioni dal volto germanico ci stupisce. La terra, seppur verde e rigogliosa, pare di un’altra nazione. Il colmo dei tetti di piega a becco, le proporzioni rimpiccioliscono e le finestre si adornano. Dedichiamo l’intero pomeriggio a Biertan, un delizioso borgo sviluppato attorno al più classico dei castelli transilvani. L’unica strada asfaltata arriva direttamente alla piccola piazza sotto la sua corte. Camminandoci attorno ci accorgiamo di come immediatamente i vicoli diventino polverosi e zeppi di ciottoli. Le pensioni dove chiediamo un letto sono nascoste, così sembrano i loro abitanti. Sebbene il sole abbagli alto nel cielo, la cittadina pare più che mite, fatta eccezione per un paio di mendicanti in cerca di elemosina. Lasciamo le sue case colorate e la collina ondulata alla sinistra staticità del castello e cerchiamo rifugio in Simișoara. Lo troviamo nel centro della vecchia cittadella, ma questo posto lo racconto domani. Adesso devo tosare Mattia.

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Day 11 – Bucovina

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Oh, meraviglioso viaggiare! Ci scrolliamo di dosso ruggine e malumori della città, e come Livingstone il gabbiano facciamo della velocità e dell’altitudine la nostra ebrezza. Risalendo i Carpazi moldavi ci perdiamo dietro un indice irrequieto che titilla la cartina in cerca di strade percorribili. Ad ogni richiesta di indicazioni le nostre scarsissime nozioni di rumeno vacillano, i dialetti si mescolano. Siamo molto vicini al confine ucraino e giungiamo a sfiorarlo nel primo pomeriggio. Partendo da Suceava, percorriamo in senso antiorario un anello di monasteri cinquecenteschi. Sono, nel complesso, il più prezioso patrimonio storico di questa regione, forse anche dell’intera Romania. Gemme colorate che riposano incastonate nel terreno e splendono ognuna di un colore identificativo. La prima tappa è a Humorului, che brilla di rossi e marroni. La conformazione esterna compatta e rettangolare, tornita nella parte frontale in un semicilindro contenente la torre protetta da un tetto spiovente, tondo e ligneo come la tesa dei copricapi vietnamiti. La ritmica divina interna, trina, con camera e anticamera della sala centrale, ricavata sotto la torre e raffigurante il volto di Cristo al sommo del tondo soffitto. Scopriremo le estreme somiglianze di tutti questi monasteri soltanto a percorso avviato. Fatta salva la parete nord di tutti gli edifici, slavata dall’orientamento a nord, ogni facciata è riempita di affreschi a toni assai forti. Vale ugualmente per gli interni, dove i colori sono ancora più accesi e il senso di quantità ancora più claustrofobico. Sono rappresentati atti del vecchio e nuovo testamento in una pienezza tale da farmi pensare a due cose. Il corpo completamente tatuato di José Arcadio in cent’anni di solitudine, e il desiderio di pienezza spirituale che avranno probabilmente avuto i costruttori. Una tale esorcizzazione del vuoto non può esser che paura della propria spiritualità. La seconda stazione è Voroneț, dal blu talmente caratteristico da aver dato nome ad un tipo di colore (come non pensare a Yves Klein!). Seguono poi Moldovița il giallo, Sucevița il verde (più imponente e difeso) e Putna il bianco, dove pensiamo per un attimo di albergare cambiando repentinamente idea. Decidiamo infatti di continuare la discesa per accorciare il lungo tragitto di domani. Il cielo non ha nuvole oggi e non c’è modo più educato, nel mio ricordo, di sposarsi alla pienezza di quelle mura.

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Day 10 – Suceava

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Piatra Neamț è una delle città più brutte che mi sia capitato di vedere. Interrogandoci se il clima influenzi o meno la nostra opinione, facciamo un breve giro per il centro prima di abbandonarla il più rapidamente possibile. La regione è ancora infestata dalla piaga dei matrimoni, hotel e ristoranti sono completamente occupati a riverire i festeggiati. Riusciamo a mangiare e dormire di fretta, con l’ansia perenne di una dama bianca in ingresso dalla porta. In mattinata ci prefissiamo di raggiungere Suceava, comoda base di appoggio per i piani futuri. Per giungerci sostiamo a Târgu Neamț dove scrutiamo la valle sottostante dalla vecchia cittadella costruita per volere dell’antico re moldavo Ștefan cel Mare. Giunti a Suceava, la seconda città più grande della regione, blocchiamo subito una camera e troviamo come spendere il resto della giornata. Qui il tempo sembra un oceano piatto divorato da correnti invisibili. All’immobile specchio d’acqua che riflette una città prolifica, industrializzata una quarantina di anni fa, si contrappone, nel suo moto inesorabile, il lento effetto corrosivo del tempo. Le vecchie e operose fabbriche si sgretolano vestendosi di ruggine. I metalli opachi faticano a riflettere il pallido sole nucleare che sbuca dalle nubi. Lo scintillio spento di una solidità crollata assieme al muro. E con le costruzioni, si sfaldano anche i volti degli abitanti, dei rom elemosinanti, dei cavalli emaciati che trascinano inutili carichi di un lavoro che pare non esistere, o sopire silenzioso come solo un mare in bonaccia può fare.

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Day 09 – Bicaz / Piatra Neamț

Stamattina Jeje è tornata in Italia e ora mi tocca guardare attentamente fuori dal finestrino. Ci mettiamo in macchina alle sette di mattina e lasciamo il Maramureș per spostarci in Bucovina. Salutiamo Ana, Loris e Lavinia, ci armiamo di pazienza e giriamo al volante come premurosi timonieri. Non è un caso che la macchina continui a beccheggiare. Come suggeritoci dal fratello di Ana, evitiamo il passo Prislop, a nord del paese prendendo invece la parallela sottostante che infilza Dej e Bistrita. Con una breve pausa per ristorarci siamo a Bicaz nel pomeriggio. L’ingresso è dei più desolanti, dalle curatissime case contadine passiamo a mura fatiscenti affacciate ad un’unica via principale, stretta e polverosa. Siamo speranzosi però, perché la guida cui ci affidiamo riporta la gola del posto come uno sei passaggi più spettacolari a livello paesaggistico. Prima di entrarci un cementificio lungo centinaia e centinaia di metri dalle sembianze di un verme alieno sembra custodirlo come una sfinge. Il percorso è effettivamente suggestivo e la roccia grigia che invade la strada fa quasi male agli occhi nella sua compattezza. Il canyon, con pareti a picco ed alberi che sfidano la gravità, è una cloaca di turisti. Siamo in fondo al 16 di agosto e ce ne dimentichiamo. Prego che quell’ammasso brulicante di vacanzieri si moltiplichi fino a tracimare sulle cime, noi compresi, nulla succede. Siamo stanchi e nervosi, immagino ne risenta anche la scrittura. Sono passate dodici ore di macchina da quando iniziamo a cercare un hotel. La ricerca sembra senza speranza, da Bicaz a Piatra Neamț non troviamo una pensione libera. Nemmeno hotel di lusso. Preventivando la nottata in macchina ci salviamo invece in un vecchio casermone grigio vicino al centro dove blocchiamo tre singole. Dobbiamo ancora decidere dove andare domani.

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Day 08 – Gherța Mica

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Oggi è un giorno speciale, anzi, diciotto o diciannove volte speciale. Non solo si festeggia la Madonna, ma qui a Gherta si annunciano i matrimoni di quasi una ventina di coppie. Il paese è in subbuglio e noi siamo invitati alla festa. Jeje, Ana e Lavinia sono persino vestite con abiti tradizionali. Purtroppo nessuno può prestarci abiti maschili, quindi presenziamo in borghese. Gli uomini indossano una casacca bianca perlata, rifinita da gioielli neri e pantaloni eleganti. In testa un copricapo cilindrico, nero anch’esso, con un lungo pennacchio simile a una piuma di pavone. Le donne portano una giubba rigida floreale, maniche larghe e tozze, una sottana bianca, una gonna a ombrello molto pesante ed elaborata che staglia gli steli delle gambe fino agli stivaletti bruni e lucidi. Il motivo floreale, presente sia sulla gonna che sul rigoroso foulard a nascondere i capelli, esaltano l’immagine del fiore e della bellezza della natura. Quando arriviamo alla chiesa sembra di stare in un giardino mormorante. L’edificio è talmente gremito che centinaia di persone occupano il cortile antistante. All’interno, il prete elenca le coppie che si uniranno in matrimonio, sottolineando pubblicamente l’ammontare della questua versata. Finita la cerimonia comune, l’enorme serpente di santi e fiordalisi compie, salmodiando, tre giri intorno all’edificio. È tempo degli inviti ora e l’intero corteo, forse anche l’intero paese, si riversa in mezzo alla strada, bloccando il traffico in un garbuglio inestricabile. Si attende, a turno, di poter accedere al patio comunale per annunciare il proprio sposalizio. Nell’angolo esterno una manciata di musicisti zigani schitarrano e sviolinano. Le chitarre prive di tutte le corde regalano accordi serrati e invariabili. Sopra, gli arabeschi striduli degli archetti vibrano velocissimi. Il ritmo è dato dal battito dei piedi dei ballerini che picchiano i tacchi sulla pista di legno. Tutti ballano. Finita la prima danza, il testimone della sposa annuncia alla platea generalità, giorno e ringraziamenti. Strilla come un banditore del medioevo, scosciano gli applausi, si ricomincia a danzare. Mentre le coppie e i relativi invitati occupano il loro momento di gloria, gli altri sposini, in attesa di annuncio o già annunciati, girano tra le persone con bottiglie di palinka offrendo ad ognuno un sorso di grappa che sottende anche l’invito al proprio matrimonio. Quando ancora gli zingari suonano noi torniamo a casa. I grazie che possiamo dire ad Ana e alla sua ospitalità si sprecherebbero. Meglio partite in sordina, tenendoci dentro i volti, la bellezza e la generosità di Gherta Mica. E come per ogni partenza riponiamo mestamente nello zaino tutta la nostra malinconia.

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Day 07 – Oradea / Chișcău

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Non mi sono mica dimenticato di misurarmi il naso ma la sveglia suona sempre presto. Questa mattina, come ieri, alle sei iniziamo a prepararci per partire il prima possibile. Ci attende un lunghissimo viaggio verso ovest, verso il parco naturale dell’Apuseni. Per spezzare i quasi trecento km di tragitto, che ci costerà poi più di cinque ore di sola andata, ci fermiamo a Oradea per bere un caffè e sbrigare alcune pratiche amministrative. Ieri abbiamo preso una multa per divieto di sosta, vogliamo cercare di espiare i nostri i peccati con vaglia postale. Le menti e gli stomachi sono annebbiati, ieri sera, ospiti del fratello di Ana, abbiamo tolto i freni alla nostra fame e banchettato con birra e palinka per tutta la sera. Il cibo non era da meno, pane al formaggio, cinghiale ai peperoni, arrosto d’agnello con ripieno di pane, uova e interiora, bistecca di manzo, impossibilità di rifiuto. Ma questo i signori delle poste non lo sanno, non ci accolgono nel migliore dei modi. La burocrazia svogliata sorda e arrogante si erge più imponente di un monumento comunista. Insomma, alla fine, pur mettendoci tutta la buona volontà la multa non riusciamo a pagarla. Per le strade di Oradea i viali espongono bandiere rumene appaiate a blu stellato europeo. C’è un forte senso d’Europa qui, tanto che i cartelli ai semafori rammendano agli automobilisti di non lasciar soldi agli zingari. Mi perdo per alcuni minuti su questa considerazione: la bandiera rumena sta a quella armena come quella italiana sta a quella ungherese. Ciò non porta a nulla. La cittadina di Chișcău si raggiunge con una via distrutta dai lavori stradali. Visitiamo la grotta dell’orso, una spettacolare camminata nella roccia, con androni giganteschi dove migliaia di anni albergavano orsi bruni. L’ambiente è alieno e surreale, la visita guidata e turistica. Sulla via di ritorno ci prendiamo più tempo per passeggiare in Oradea. Il centro ha una zona pedonale dove si stagliano edifici art nouveau in completo disfacimento. Il tutto evoca una lontana reminiscenza ungherese, di un Mucha dimenticato. Domani sarà l’ultimo giorno a Gherta, tornando prendiamo la rincorsa verso est.